Aldo Moro -

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Aldo Moro

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« Le forze politiche hanno bisogno di una profonda trasformazione. La loro vita interna è sfibrata dalle mediazioni continue »
(A.Moro[1])
Bandiera Presidente del
Consiglio dei Ministri
Stemma
Aldo Moro
Luogo di nascita Maglie (LE)
Data di nascita 23 settembre 1916
Luogo di morte Roma
Data di morte 9 maggio 1978 (61 anni)
Partito politico Democrazia Cristiana
Coalizione Centro-Sinistra
Mandato 4 dicembre 1963 - 24 giugno 1968
23 novembre 1974 - 29 luglio 1976
Elezione
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione professore universitario di diritto penale
Coniuge
Vicepresidente
Predecessore Giovanni Leone
Mariano Rumor
Successore Giovanni Leone
Giulio Andreotti

Aldo Moro (Maglie23 settembre 1916 – Roma9 maggio 1978) è stato un politico italiano, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri e presidente del partito della Democrazia Cristiana.

Venne rapito il 16 marzo 1978 ed ucciso il 9 maggio successivo da appartenenti al gruppo terrorista delle Brigate Rosse.

Moro era considerato un mediatore tenace e particolarmente abile nella gestione e nel coordinamento politico delle numerose "correnti" che agivano e si suddividevano il potere all'interno del suo partito.

Fu un convinto assertore della necessità di un centrosinistra, da raggiungersi in forma di coalizione politica. Per questa sua scelta politica fu osteggiato da più parti.

Indice

[modifica] Biografia

Aldo Moro e Amintore Fanfani, definiti i due "cavalli di razza" della Democrazia cristiana.

Nacque a Maglie, in provincia di Lecce, da genitori di origine barese. A quattro anni si trasferì con la famiglia a Taranto, dove conseguì la Maturità Classica al Liceo "Archita",

Si iscrisse presso l'Università degli studi di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza, dove si laurea, sotto la guida del prof. Biagio Petrocelli, con una tesi su "La capacità giuridica penale".

Durante gli anni universitari è iscritto ai GUF e partecipa ai Littoriali della cultura e dell'arte.

Militò, assieme a Giulio Andreotti, nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), di cui fu presidente nazionale tra il 1938 e il 1941.

Dopo qualche anno di carriera accademica, fondò nel 1943 a Bari, con alcuni amici, il periodico «La Rassegna» che uscì fino al 1945,

Nel 1945 sposò Eleonora Chiavarelli, con la quale ebbe quattro figli: Maria Fida, Agnese, Anna e Giovanni.

[modifica] Attività

Nel 1945 diventò inoltre presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica e direttore della rivista «Studium».

Tra il 1943 ed il 1945 aveva iniziato ad interessarsi di politica ed in un primo tempo mostrò particolare attenzione alla componente della "destra" socialista, successivamente però il suo forte credo cattolico lo spinse verso il costituendo movimento democristiano. Nella DC fin da subito mostrò la sua tendenza democratico-sociale, aderendo alla componente dossettiana (in pratica la "sinistra DC").

Nel 1946 fu vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all'Assemblea Costituente, dove entrò a far parte della Commissione che si occupò di redigere il testo costituzionale. Eletto deputato al parlamento nelle elezioni del 1948, fu nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi.

Divenne professore ordinario di diritto penale presso l'Università di Bari e nel 1953 fu rieletto alla Camera, ove fu presidente del gruppo parlamentare democristiano. Nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni e l'anno dopo risultò tra i primi eletti nel consiglio nazionale del partito durante il VI congresso nazionale del partito.

Ministro della Pubblica Istruzione nei due anni successivi (governi Zoli e Fanfani), introdusse lo studio dell'educazione civica nelle scuole. Nel 1959 ebbe affidata la segreteria del partito durante il VII congresso nazionale. Nel 1963 ottenne il trasferimento all'Università di Roma, in qualità di titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze Politiche.

Fino al 1968 ricoprì la carica di Presidente del Consiglio alla guida di governi di coalizione con il Partito Socialista Italiano, insieme agli alleati tradizionali della DC: i socialdemocratici ed i repubblicani.

Dal 1969 al 1974, assunse l'incarico di ministro degli Esteri, per divenire nuovamente presidente del consiglio fino al 1976. Nel 1975 il suo governo conclude il Trattato di Osimo, con cui si sanciva l'appartenenza della Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia.

Nel 1976 fu eletto Presidente del consiglio nazionale del partito.

[modifica] L'impegno politico

Aldo Moro era un cattolico molto credente e la sua grande fede in Dio si rispecchia nella sua vita politica [2].
La sua intenzione dominante era di allargare la base democratica del sistema di governo, vale a dire che il vertice del potere esecutivo avrebbe dovuto rappresentare un numero più ampio di partiti e di elettori. Questo sarebbe stato possibile solo con un gioco di alleanze aventi come fulcro la Dc, seguendo così una linea politica secondo il principio di democrazia consociativa: esattamente ciò che Moro perseguiva con il “compromesso storico”, che prevedeva l’entrata al governo del Pci.

Se si analizzano brevemente i compiti di Moro nell’ambito della sua vita politica, risaltano le grandi difficoltà a cui doveva far fronte: soprattutto la necessità di conciliare l’aspirazione cristiana e popolare della democrazia cristiana con i valori di tendenza laica e liberale della società italiana. Il cosiddetto “miracolo economico”, che ha portato l’Italia rurale a diventare in pochi decenni una delle grandi potenze industriali mondiali, comportò anche un cambiamento sociale con il risveglio delle masse nel senso di una presenza attiva nella vita del Paese. Moro, quando saggiamente affermava che “di crescita si può anche morire” [3], voleva esprimere il reale pericolo di una società in crescita rapidissima: il risveglio delle masse creava la nascita di nuovi e più forti componenti popolari (tra cui i giovani, le donne e i lavoratori) che avevano bisogno di integrazione all’interno del sistema democratico. Durante questa rapidissima crescita industriale, il prezzo pagato a livello di diritti umani fu altissimo.

Per questo motivo, Moro si ritrovò nell’ingrata situazione di dover “armonizzare” realtà apparentemente inconciliabili tra loro. Infatti, da un lato c’erano le masse popolari, il cui bisogno di una partecipazione diretta alla gestione del potere tendevano a esprimerlo in forma “emotiva e mitologica”, cercando “soluzioni di tipo simbolico” che si risolvono spesso in “situazioni drammatiche”, citando Sandro Fontana nel suo articolo Moro e il sistema politico italiano [4]. Questo fattore era un fondamentale presupposto per la nascita di gruppi terroristici che, visti sotto quest’ottica, si potevano considerare il frutto dell’estremizzazione di una forma di partecipazione attiva e extraparlamentare alla politica del paese da parte di una piccolissima parte della popolazione; in questo tipo di partecipazione componenti emozionali e mitologiche si mescolano comportando quasi sempre “situazioni drammatiche” [5].
Dall’altro lato c’era la necessità di far sopravvivere il sistema politico, che a questo scopo aveva bisogno sia di regole precise, sia di scendere continuamente a compromessi alla ricerca di una forma di tolleranza civile. Vale a dire due realtà opposte, agli antipodi tra loro. Sandro Fontana riepiloga con le seguenti domande l’arduo compito di Moro (e della Dc): “Come conciliare l’estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative? Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie? Come crescere senza morire?”[6]

Per forza di cose, la soluzione a tali quesiti non poteva non essere vista nell’ambito di un compromesso politico, una esperienza già in parte collaudata con “l’apertura a sinistra” della Dc nei confronti del Psi di Pietro Nenni, all’inizio degli anni 60 [7]. Ma la situazione era diversa: dopo la rivoluzione ungherese del 1956 il Psi si era dichiaratamente staccato dal Pci per intraprendere una strada autonoma. Ciononostante, lo sviluppo di tale coalizione fu bruscamente fermato dal tentativo di colpo di stato del generale De Lorenzo, che per tanti anni era stato alla guida dei servizi segreti [8].

Negli anni settanta e soprattutto dopo le elezioni del 1976, le quali videro un quasi - sorpasso del Pci sulla Dc, Moro vide l’esigenza di rendersi artefice di un secondo “compromesso storico”, più clamoroso del primo in quanto prevedeva una collaborazione di governo con il Partito Comunista di Berlinguer, che ancora faceva parte della sfera d’influenza sovietica. Questa soluzione, che avrebbe offerto un’alternanza nella vita politica italiana, presentava grandi rischi sul piano della politica internazionale in quanto non trovava il consenso delle grandi superpotenze mondiali [9]:

1. Disaccordo degli Usa:
L’ingresso al governo di persone che avevano stretti contatti con il partito comunista sovietico avrebbe consentito loro di venire a conoscenza, in piena guerra fredda, di piani militari e di postazioni strategiche supersegrete della Nato. Inoltre, una partecipazione comunista in un paese d’influenza americana sarebbe stata una sconfitta culturale degli Usa nei confronti del resto del mondo, e soprattutto dell’Urss.

2. Disaccordo dell’Urss:
La partecipazione al governo del Pci sarebbe stata una forma di emancipazione dal governo madre sovietico e di avvicinamento agli Usa.

Inoltre il “compromesso storico” non piaceva a molti settori dello stato italiano, che per mantenere il potere si erano serviti spesso dell’aiuto di associazioni mafiose, logge massoniche (P2) e dei servizi segreti, che erano di fatto sotto l’influenza diretta della Cia e quindi del governo americano. Le divergenze sul piano internazionale Moro le aveva già potute constatare sulla propria pelle nel periodo direttamente antecedente il sequestro: in quei mesi Moro fu coinvolto nel cosiddetto scandalo Lockeed, un vero e proprio sabotaggio da parte americana nei confronti della sua persona. Il Dipartimento di Stato americano cercò vanamente di accusare Moro di aver ricevuto tangenti dall’impresa aerospaziale americana Lockeed in cambio dell’acquisto di aerei da trasporto militari C-130. Secondo i giornali, Moro era il fantomatico Antelope Cobbler, destinatario delle bustarelle. La farsa, che aveva lo scopo di assassinare Moro politicamente e far naufragare in tal modo i suoi progetti politici, fallì con l’assoluzione di Moro del 3 marzo 1978, tredici giorni prima dell’agguato in via Fani [10].

[modifica] No al "Processo in piazza" e "Compromesso storico"

Nel 1975, il 28 agosto, Pier Paolo Pasolini lanciò un appello dalle colonne del Corriere della Sera a processare pubblicamente la DC [11].
Il 10 marzo 1977 Luigi Gui esponente e ex ministro democristiano, venne rinviato all'Alta Corte per lo scandalo Lockheed: il giorno prima, a chiusura del dibattito dinanzi al Parlamento in seduta comune, Aldo Moro aveva difeso l'operato della Democrazia Cristiana e dei suoi uomini, pronunciando una frase che divenne famosa: "Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare." [12].

In seguito a questi avvenimenti fu uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione al progetto del cosiddetto Compromesso storico di Enrico Berlinguer, che nell'anno precedente pubblicamente aveva fatto lo strappo con Mosca, rendendosi quindi accettabile agli occhi democristiani. Il segretario nazionale del Partito Comunista Italiano aveva infatti proposto un accordo di solidarietà politica fra i Comunisti, e Cattolici, in un momento di profonda crisi economica, sociale e politica in Italia. La conseguenza fu un intenso confronto parlamentare tra i due schieramenti, che fece parlare di "centralità del Parlamento".

All'inizio del 1978 Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana fu l'esponente politico più importante fra coloro che ritennero percorribile una strada per un governo di "solidarietà nazionale", che includesse anche il PCI nella maggioranza, sia pure senza fare entrare direttamente nel Governo dei ministri comunisti in una prima fase.

[modifica] Il sequestro

Per approfondire, vedi le voci Cronaca del sequestro Moro e Caso Moro.
La celebre foto del Presidente Moro sequestrato dalle BR

Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro, dalla sua abitazione nel quartiere Monte Mario alla Camera dei Deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all'incrocio tra via Mario Fani e Via Stresa. In pochi secondi, i terroristi uccisero i 5 uomini della scorta e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Alla notizia del suo rapimento per mano delle Brigate Rosse, il Cardinale Giuseppe Siri a chi gli dava la notizia dirà: "Ha avuto ciò che si meritava" [13], frase che colpisce in un prete, soprattutto se si pensa che Siri fu più volte vicino all'essere eletto Papa.

[modifica] Morte e sepoltura

Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Montalcini[14], il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio nel baule posteriore di una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani, emblematicamente vicina sia [15] a Piazza del Gesù (dov'era la sede nazionale della Democrazia Cristiana), sia a via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano).

Fu Papa Paolo VI ad officiare il rito funebre ufficiale per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato. Non poche critiche vennero mosse al Pontefice per questo gesto che ha pochissimi eguali nella storia della Chiesa, ma Papa Montini non volle sentire ragioni. La cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, la quale ritenendo che lo stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutò il funerale pubblico ufficiale di stato, scegliendo di svolgere le esequie in forma privata.

[modifica] Le lettere di Aldo Moro

Per approfondire, vedi la voce Caso Moro#Lettere dalla prigionia.

Rinchiuso dalle Brigate Rosse nella "prigione del popolo", Aldo Moro scrisse moltissime lettere, indirizzate perlopiù ai familiari e alla dirigenza della Democrazia Cristiana, più precisamente a Benigno Zaccagnini. Non si sa ancora se le lettere, che degli esami grafologici hanno attribuito come scrittura al politico, sono state pensate da Moro o gli sono state dettate dalle Brigate Rosse. Uno degli elementi che hanno fatto pensare molto l'opinione pubblica riguardo a quest'ultima ipotesi è la continua sollecitazione al dialogo e alla trattativa, cosa non da Moro secondo alcuni.[senza fonte]

Trentotto di queste lettere vennero pubblicate, con una introduzione attribuita a Bettino Craxi, nel pamphlet "Lettere da Patibolo" dalla rivista Critica Sociale[1]

[modifica] Riconoscimenti ufficiali

Dall'anno seguente alla sua uccisione, l'esponente della Democrazia Cristiana viene ogni anno ricordato con messaggi e cerimonie presenziate dalle cariche istituzionali. In questi anni, ad Aldo Moro sono state dedicate diverse trasmissioni televisive. Il 4 maggio 2007, il Parlamento ha votato e approvato una legge con il quale si istituisce il 9 maggio il "Giorno della memoria" in ricordo di Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo.

Tra aprile e maggio 2007 è stata presentata presso la sede dell'Istituto San Giuseppe delle suore Orsoline a Terracina e presso la sede dell'associazione Forche Caudine a Roma (storico circolo dei Romani d'origine molisana), alla presenza di Agnese Moro, figlia del leader democristiano, una raccolta ragionata degli scritti giornalistici di Aldo Moro, curata dal giornalista Antonello Di Mario ed edita da Tullio Pironti.

Nella notte tra l'8 ed il 9 giugno 2007, giorni della visita del Presidente degli USA George W. Bush in Italia, la lapide di via Fani che ricorda il rapimento di Aldo Moro e le cinque persone della scorta uccise, è stata profanata con la scritta "Bush uguale a Moro". Le più alte cariche istituzionali, personalità politiche e rappresentanti della società civile si sono dette indignate per quello che ritengono un atto vile e insensato.

Il giorno della domenica delle Palme del 2008, 16 marzo, a trenta anni esatti dal suo rapimento, il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro nell'omelia pasquale ha espressamente chiesto che si avvii un processo di canonizzazione per Aldo Moro: "uomo di infinita misericordia, che perdonò tutti". La notizia è stata riportata dalla stampa locale come l'Eco di Caserta, o da quella nazionale come il settimanale L'Espresso.

Nel giorno del 30° anniversario della sua morte, l'Università degli Studi di Bari ha deliberato di intitolarsi ad Aldo Moro, che fu studente e docente presso quest'ultima. La decisione è stata lunga e ha avuto il pieno consenso ed apprezzamento da parte della figlia Agnese Moro.

[modifica] Termine della secretazione dei lavori governativi di Aldo Moro

Ormai i termini di secretazione sono terminati, e lentamente vengono pubblicati alcuni documenti realizzati durante la sua attività politica [16] [17] [2] [3]

[modifica] Opere su Aldo Moro

[modifica] Filmografia

[modifica] Teatro

[modifica] Bibliografia

  • Aldo Moro, La democrazia cristiana per il governo del paese e lo sviluppo democratico nella società italiana, 1962

[modifica] Uffici Politici

Predecessore: Segretario DC Successore: [[Immagine:{{{immagine}}}|30x30px]]
Amintore Fanfani 1959 - 1964 Mariano Rumor I
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con
Amintore Fanfani {{{data}}} Mariano Rumor

[modifica] Uffici di governo

Emblema della Repubblica Italiana Predecessore: Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano Successore: Stendardo del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Giovanni Leone dicembre 1963 - giugno 1968 Giovanni Leone I
Mariano Rumor novembre 1974 - luglio 1976 Giulio Andreotti II
Presidenti del Consiglio dei Ministri
Alcide De Gasperi | Giuseppe Pella | Amintore Fanfani | Mario Scelba | Antonio Segni | Adone Zoli | Fernando Tambroni | Giovanni Leone | Aldo Moro | Mariano Rumor | Emilio Colombo | Giulio Andreotti | Francesco Cossiga | Arnaldo Forlani | Giovanni Spadolini | Bettino Craxi | Giovanni Goria | Ciriaco De Mita | Giuliano Amato | Carlo Azeglio Ciampi | Silvio Berlusconi | Lamberto Dini | Romano Prodi | Massimo D'Alema
Predecessore: Ministro dell'Interno della Repubblica Italiana Successore:
Luigi Gui 1976 Francesco Cossiga I
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Luigi Gui {{{data}}} Francesco Cossiga
Predecessore: Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana Successore:
Giuseppe Saragat 1964 - 1965 Amintore Fanfani I
Amintore Fanfani 1965 - 1966 Amintore Fanfani II
Pietro Nenni 1969 - 1972 Giuseppe Medici III
Giuseppe Medici 1973 - 1974 Mariano Rumor IV
V
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IX
X
con
con
Giuseppe Saragat {{{data}}} Amintore Fanfani
Predecessore: Ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica Italiana Successore:
Michele De Pietro dal 6 luglio 1955 al 19 maggio 1957 Guido Gonella I
II
III
IV
V
VI
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VIII
IX
X
con
con
Michele De Pietro {{{data}}} Guido Gonella
Predecessore: Ministro della Pubblica Istruzione della Repubblica Italiana Successore:
Paolo Rossi 19 maggio 1957 - 1º luglio 1958 Aldo Moro I
Aldo Moro 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Giuseppe Medici II
III
IV
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VII
VIII
IX
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con
con
Paolo Rossi {{{data}}} Aldo Moro

[modifica] Note

  1. ^ Intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari, l'Espresso 24 ottobre 1965
  2. ^ Aniello Coppola: Moro. Feltrinelli. Milano: 1976. Pag. 13
  3. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA.VV.: Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro. Casa editrice Dott. A. Giuffrè. Milano: 1982. Pag. 183
  4. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA.VV.: Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro. Casa editrice Dott. A. Giuffrè. Milano: 1982. Pag. 184.
  5. ^ Si pensi all’aspetto “romantico” del perseguire un ideale con ogni mezzo.
  6. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA.VV.: Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro. Casa editrice Dott. A. Giuffrè. Milano: 1982. Pag. 184
  7. ^ Italo Pietra: Moro fu vera gloria?. Garzanti. Milano: 1983. Pp. 111 – 114
  8. ^ Il cosiddetto “Piano solo”, tentato nel 1964 con lo scopo di bloccare le riforme strutturali avviate con il governo di centro-sinistra
  9. ^ Marcello Veneziani: Ma è oggi che trionfa in Italia la formula chiamata moroteismo, ne: Il Messaggero, 16/3/1998
  10. ^ Robin Erica Wagner-Pacifici: The Moro Morality Play. Terrorism as Social Drama. The University of Chicago Press. Chicago: 1986. Pp. 30 – 32 Paolo Cucchiarelli – Aldo Giannuli: Lo Stato parallelo. Gamberetti Editrice. Roma: 1997. Pag. 422
  11. ^ Pasolini.
  12. ^ Atti parlamentari, VII legislatura, Parlamento in seduta comune, Resoconto stenografico della seduta dal 3 all'11 marzo 1977, p. 455. La vicenda si concluderà nel 1979 con l'assoluzione di Gui e la condanna del socialdemocratico Mario Tanassi.
  13. ^ Aldo Moro, di Corrado Guerzoni, "Alle otto della sera", Radiodue RAI, Puntata uno 7'30''
  14. ^ Per una curiosa ironia della Storia, il luogo della prigionia del teorico della "centralità del Parlamento" fu una via periferica di Roma, nel quartiere portuense, intitolata al più grande dei funzionari parlamentari, quel Camillo Montalcini che resse la Segreteria generale della Camera dei deputati dal 1900 al 1927, quando fu rimosso dal fascismo alla luce delle risultanze della Commissione di inchiesta sulle presenze massoniche nelle istituzioni parlamentari.
  15. ^ Erroneamente, forse ad enfasi del fatto, venne riportato dalla stampa che il luogo del ritrovamento fosse esattamente a metà strada fra le sedi dei due partiti
  16. ^ da la Repubblica.it del 9 agosto 2008: "Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di Gheddafi"
  17. ^ da la Repubblica.it: "Gli archivi segreti di Moro"

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

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